Nokia N73 di Francesca - Un giorno lo avrò
Era il 2008 ed io ero una diligente studentessa delle scuole medie. Mia madre lavorava duro ed io cercavo di essere più autonoma possibile nei compiti e nelle faccende di casa. Cercavo di essere grande, insomma. Non le avrei mai chiesto un vestito costoso, mentre i giocattoli ormai li avevo lasciati alle spalle. C’era però, sotto sotto, una cosa che desideravo con tutta me stessa: il Nokia N73.
Ce l’avevano tutte le mie amichette. Le avevo viste mille volte far scorrere lo sportello della sua fotocamera posteriore. Ero apparsa, assieme a loro, mille volte nelle immagini scattate con la fotocamera anteriore, che al tempo permeavano un po’ di meno la nostra vita, quindi non si sentiva ancora il bisogno di dar loro un nome proprio: “selfie”.
Inizio a supplicarla a Natale, ma non arriva, poi continuo ad insistere. Non prepotentemente, ma ripetutamente. Glielo chiedo mentre è intenta a tritare cipolle oppure mentre guardiamo Montalbano sulla nostra vecchia tv, mentre sbuffa caricando la lavatrice oppure appena mette giù dopo una lunga telefonata, cercando forse di coglierla di sorpresa.
Insomma, le rompo i coglioni. O come si dice da noi a Roma, i cojoni.
Un giorno di primavera – lontano da qualunque festività e da qualunque compleanno – lei decide che forse un po’ me lo meritavo, quel piccolo pezzo di tecnologia Finlandese. O forse che ne aveva avuto abbastanza delle mie suppliche. Mi dice di mettere il guinzaglio al cane, un cucciolo di barboncino di neanche 5 mesi, e di prepararmi, che saremmo andate a prendere il Nokia.
Ed eccoci neanche un'ora dopo che varchiamo insieme, decise, le porte scorrevoli, installate sotto la grande insegna rossa di un altrettanto grande negozio di elettronica di Roma Sud.
L’acquisto dura un minuto, dato che non ci sono accessori né cover da scegliere. Esco raggiante con questa grossa scatola tra le mani e mi faccio lasciare direttamente al parchetto sotto casa, dove avevo dato appuntamento alla mia migliore amica Arianna. L’obiettivo – naturalmente – era fare quello che con gli anni avremmo iniziato a chiamare “unboxing”.
Penserai male di me, se ti dico che ricordo di aver avutoi battiti un po’ accelerati? Certo, non era il primo bacio, ma era comunque un momento a lungo atteso.
Con me al parco c’era anche Niki, che a sua volta aveva un appuntamento con il cucciolo di Jack Russell di Arianna. Ci piazziamo sulla prima panchina all’ombra, togliamo i sigilli, soppesiamo gli accessori, sfogliamo il manuale, fino ad estrarre lui. Lucente. Argentato. Perfetto. Forse un po’ anonimo, rispetto a quelli tutti personalizzati delle mie amiche. Così, aiutata da Arianna, iniziamo a settarlo.
Che non vuol dire, come adesso, fare login con la email ed installare decine di app e spostare i dati salvati su icloud o drive. Nono, intendo mandarci via bluetooth decine di canzoni registrate o scaricate, poi impostarle come suonerie, una diversa per ognuno dei nostri contatti preferiti.
Poi gli sfondi – nel mio caso preferivo tutto ciò che coinvolgesse glitter – ed i temi – che cambiando le icone rendevano il nostro dispositivo davvero unico e personale. Ultimo tocco fondamentale, annodo nel gancetto in alto un Winnie the Pooh vestito da delfino, di quelli che si compravano alle macchinette dei bar.

Mentre attendiamo che l’icona del trasferimento bluetooth smetta di zigzagare avanti e indietro sullo schermo, ci distraiamo a giochicchiare con i due cagnolini che, un po’ per età ed un po’ per carattere, vogliono monopolizzare la nostra attenzione. Così inviamo foto, poi lanciamo bastoni, inviamo mp3 e coccoliamo orecchie e code.
Che pomeriggio perfetto, penso.
Quando il sole è ormai basso, mi dirigo verso casa con Niki. Il mio passo è quasi più leggero del suo. Rientro e, una volta appoggiata la scatola al suo posto di onore, al centro della mia scrivania, faccio per tirare fuori il telefono dalla borsetta.
Non c'è. Non c'è. Non c'è. Panico. Il parco. La panchina. Mamma mi uccide. Corro.
Era rimasto in attesa di un file, ha trovato un nuovo proprietario: con la mia corsa disperata mi ritrovo subito al parco, ma del telefono non c'è già più traccia.
Un giorno lo avrò, mi dicevo. E in effetti l’ho avuto, per esattamente un giorno. Anzi, a livello di ore pure meno. Le mie lacrime sono amarissime come la fatica dei sacrifici di mamma vanificati, salatissime come gli euro del suo prezzo volatilizzati. Mamma non ha stigmatizzato con troppe parole la mia imperdonabile sbadataggine, né ha dovuto pensare a chissà quale fantasiosa punizione per me. La punizione me l’ero già cucinata da sola: da quel pomeriggio sarei rimasta per molti anni con lo stesso vecchio cellulare in bianco e nero.
Flash forward di quindici anni. Nel frattempo arrivano gli smartphone. Nel frattempo, manco a dirlo, perdo svariati al telefoni appoggiandoli dove non li si dovrebbe appoggiare.
Vivevo già a Bologna, ma ero scesa a Roma per rivedere la famiglia e riabbracciare le amiche. L’appuntamento era un anonimo ma gustoso ristorante cinese a Mostacciano. Dopo esserci riempite di ramen e tofu, ci fermiamo a chiacchierare nel piazzale. Le macchine sono a due passi da noi, ma nessuna ha veramente voglia di interrompere quel momento: ci dobbiamo mettere in pari sulle nostre vite, non vogliamo essere distratte da altro. Così io appoggio il mio ormai vintage iPhone 5s (da smarritrice seriale di telefoni, ho capito che non valeva la pena investire su modelli costosi) sul tettuccio della macchina e riprendo il discorso.
Ancora risate, qualche altra sigaretta, forse avevamo bevuto anche qualche tsingtao e la lingua era resa più sciolta anche dall’alcol. Il tempo sembra fermarsi. O forse voglio che si fermi. Perché se è vero che,con le amicizie profonde si riesce a riprendere da dove si aveva interrotto il discorso mesi prima, c’erano pezzi di vita l’una delle altre che avevamo troppo piacere a tratteggiare e condividere, guardandoci negli occhi e non facendoli mediare da uno schermo.
Dopo quella che forse era mezz’ora e forse un’ora e mezza, apro la macchina e parto verso casa. Il giorno dopo mi aspettava il treno di ritorno verso Bologna. La mattina faccio per ripartire con la mia routine di notifiche e mi rendo conto di non aver il telefono nella borsa.
Uguale a 15 anni prima, ma con più rassegnazione e fatalismo: non sto neanche a tornare al parcheggio. Anzi, mi dirigo verso Termini sbuffando e ripensando alla trafila che mi aspetta anche stavolta per risistemare questo ennesimo pasticcio. Le ore di viaggio passano lente, senza la musica. Poi arrivo al mio appartamento, giro la chiave nella toppa, saluto e trascino la valigia fino in camera. E se invece stavolta fosse ancora lì? Con lo spirito placatamente scettico di chi estrae un numero alla pesca di paese, provo a tentare la fortuna geolocalizzando il telefono dal mio computer.
Il browser mostra una posizione sulla mappa, è ancora carico. Guardo meglio. Ristorante Jing Du. Cazzo, è ancora lì.
Una delle amiche si prende la briga di passare a raccattarlo appena può, cioè il giorno ancora successivo. Incredibilmente, dopo una breve caccia al tesoro lo ritrova ancora in quel parcheggio. O Jiang Du ha davvero pochi clienti, o un iPhone 5s è davvero poco appetibile.
Qualche giorno dopo apro uno strano “pacco da giù” contenente solo l'ammaccatissimo telefono americano. Ne sono felice? Ni.
Forse una parte di me sperava di ritrovarci dentro il Nokia. La sua bellezza e la sua semplicità.
E magari anche i miei dodici anni. La loro bellezza e la loro semplicità.