3M MP8625 - Nuovo Cinema Montanaro (parte I)
Scheda tecnica 3M Mp8625
E’ probabile che il nome Minnesota Mining and Manufacturing Company (o 3M) non dica molto a nessuno di voi. Questa multinazionale fondata più di cento anni fa, però, ha prodotto letteralmente di tutto nel corso dei secoli. I suoi dipendenti hanno persino inventato due prodotti così celebri da aver dato il nome alla loro stessa categoria: lo scotch ed i post-it. In tempi a noi vicini, ma che ci stiamo impegnando più o meno coscientemente a dimenticare, producevano mascherine FFP2 e FFP3.
Divagando con fantasia nei loro investimenti industriali, verso la fine degli anni ‘90 sono finiti persino a produrre videoproiettori ed è uno di questi il protagonista della storia di oggi. Il 3M MP8625. Anche assumendo che la qualità del dispositivo fosse indubbia, qualche sforzo in più per una denominazione commerciale più accattivante forse potevano farlo.
Questo era un modello professionale pensato per uffici e sale conferenze: da un lato poteva garantire un’ottica di vetro, meccanica solida, ventole industriali e ottima resa dei colori. Dall’altro era un mattone da più di 5 kg, per non parlare del fatto che costava seimila euro. Cioè all’epoca del suo lancio, nel 1999, costava quanto una Fiat Panda presa nuova in concessionario.

Era un parallelepipedo dal design davvero noioso, di quel color grigio computer anonimo che lo faceva mimetizzare bene durante riunioni piene di gente ingessata ed incravattata anche a luglio. Unico tocco particolare, il comodo maniglione estraibile, per poterlo spostare “agevolmente”.
Oggi non sarebbe granché utilizzabile: la risoluzione non era nemmeno un quarto di quello che oggi chiamiamo alta definizione, HD, mentre tra le molte prese ai lati, non ne ospitava nemmeno una che gli permetterebbe di collegarsi direttamente ad un computer moderno. Non che non sia possibile: accrocchi con adattatori vari sono sempre disponibili, è solo molto scomodo. Questo oggetto apparteneva a mio padre, che al tempo lavorava in una grande ed ambiziosa azienda informatica di Bologna.

Nella mia immaginazione, i sopracitati incravattati si sono stufati del proiettore proprio per via della bassa risoluzione, che non definiva in maniera abbastanza nitida i loro grafici excel mostrati dentro presentazioni powerpoint, così ne hanno comprato un modello nuovo. Il capo di papà gli ha detto che poteva portarselo a casa, che tanto lì avrebbe solo preso polvere in un armadietto: ecco, da lì inizia la seconda vita del proiettore 3M. Da lì inizia la storia di questa sera.
Parte 1 - Il paese e la casa
Musica di ispirazione: Hilltop Hoods - 1955
Quando parli di un piccolo paese devi iniziare con uno stereotipo, hai presente?Tipo dire che il tempo passava più lentamente lì, oppure che la vernice si scollava dagli scuri delle case, quando il sole batteva forte ad agosto. E se sei di lì, non dici da dove vieni, ma a dove sei vicino.
Montebonello era un paesino di cinquanta anime appena, raggiunte soltanto nel picco della stagione estiva.
Cinquanta a voler essere generosi, o shintoisti, ovvero contando anche quelle dei cani/gatti che i piangiani villeggianti si trascinavano dietro ad inselvatichirsi un po'.
Il viaggio da Bologna a quella zona dell'Appennino Tosco-Emiliano, il Frignano, per me era uno dei momenti più attesi dell’anno, che sanciva la vera fine della scuola e l’inizio dell’estate. Che sanciva anche la mia libertà di inselvatichirmi.
La prima tappa era l’interminabile preparazione delle valigie, poi si caricava la station wagon di papà, quindi immancabilmente mamma doveva risalire in casa perché ci eravamo dimenticati qualcosa di fondamentale tipo gli occhiali da sole o le chiavi di casa su. Noi già cinturati, accaldati ed affaticati - ma mai sorpresi da questa parte del rituale - aspettavamo come dei labrador legati al sole di mezzogiorno.
Metà del viaggio era in pianura, fino a Maranello, poi lo stradone cominciava a salire di inclinazione. Io e mio fratello passavamo il viaggio sui sedili dietro, lui sempre a sinistra, io sempre a destra, fatto curioso considerando poi le scelte politiche che avremmo manifestato negli anni a venire. Io tenevo stretto a me peluche e volumi di topolino, che non leggevo per evitare il mal di macchina intensissimo che mi ha sempre afflitto. Per distrarmi o forse non annoiarci giocavamo a chi riconosceva per primo le auto che ci sorpassavano o che venivano sorpassate. Il secondo caso succedeva più spesso, dato lo stile di guida sportivo del signor padre. Valeva il doppio dei punti riconoscere un prototipo della Ferrari, che capitava spesso di incontrare sullo stradone denominato Estense, salendo dal paese del cavallino rampante.
Dopo circa un’oretta verso destra appariva la chiesa della Madonna dei Baldaccini, con le sue forme pallide quanto il suo color giallo crema. Il cartello stradale piantato lì a fianco indicava chiaramente la direzione che cercavamo senza bisogno di GPS: via di Montebonello. La carreggata iniziava a stringersi, le buche si allargavano, le curve si moltiplicavano, prendendo traiettorie sghembe ed irregolari, la salita si alternava con brevi discese. Questo per dieci minuti circa, fino al secondo segnale, che decretava l’arrivo ufficiale: la puzza inconfondibile della porcilaia, che permeava la macchina anche con i finestrini chiusi. E allora tanto valeva spancarli. Io mi affacciavo ogni volta fuori dal finestrino, per urlare il mio entusiasmo che non poteva più essere contenuto mentre passavamo davanti al cartello del paese, davanti al campo di calcetto, quindi davanti al cimitero, con il pugente odore suino che lento lasciava tregua alle narici. Si liberavano così gli odori di una montagna dove le macchine passavano davvero di rado.
Già, perché il paese non era di passaggio per un bel niente e sedeva su un cocuzzolo, con l’unica stradina che si allungava tra le case seguendo un percorso a spirale, tipo la variegatura dei coni gelato che compravamo all’unico negozio-tabaccheria-alimentari-frutti-tuttivendolo del paese. La cima però, non era né all’amarena né al cioccolato, ma era una piazzetta di asfalto bollente con una chiesa medievale sdraiata su un fianco.

Gli affreschi al suo interno - leggenda vuole - erano stati riscoperti dal parroco Don Carlo, che aveva ecceduto con l’intonaco durante una ristrutturazione un po’ casereccia. Una volta asciugatosi, lo strato esterno del muro era venuto giù rivelando scene della natività di Maria.

C’era però un altro edificio ben più bisognoso di ristrutturazione. Era quello davanti a cui avremmo parcheggiato e in cui avremmo scaricato i nostri bagagli. Era un grande casolare su due piani affittato dai nonni da decenni. Edificato di grosse pietre a secco, con porte e scuri dipinti di verde bottiglia. Ai miei occhi di bambino sembrava una fortezza sconfinata, che anno dopo anno provavo ad esplorare nella sua interezza, sfidando la mia paura del buio e la sua instabilità. Aveva infatti un pavimento pericolante nella quasi sua totalità. Per fortuna alla sua sinistra si protendeva un’ala ristrutturata, dove con un po’ di sportività e qualche letto a castello ci accomodavamo io, mio fratello, i miei genitori, i nonni, il prozio e la zia.
Ci tengo a sottolineare, per non voler passare da Oliver Twist Appenninico, che buona parte del paese seguiva lo stesso grado di trascuratezza di casa nostra. Con picchi raggiunti in case completamente abbandonate, avvolte in quel nastro arancione da cantieri da così tanto tempo, che pure la plastica sfumava verso il bianco.
Un paese però non è fatto solo delle case, dai mattoni, dalle pietre, dalla ghiaia o dagli alberi che ne occupano in maniera immobile lo spazio fisico. In un paese quello che conta davvero sono le persone che lo abitano. Ed il motivo per cui continuo a rievocare quella fase fondativa della mia infanzia e adolescenza, come a riguardare un tatuaggio un po’ sbiadito che ti piace ancora un casino, è perché avevo una compagnia di amici e amiche straordinari.
Parte 2 - Il fienile
Musica di ispirazione: Two Door Cinema Club - What You Know
Io, Giacomo, Matteo, Manuel, Laura, Fabio, Matteo F, Sofia, Federico, Andrea, Chiara, Vanessa, Andrea B, Nicolò.
Questo era il gruppo indissolubile, capeggiato dai primi quattro della lista, noi grandi.
La nostra abilità nello sconfiggere la noia e nel trovare nuovi modi per intrattenersi era mirabile: in primo luogo passavamo migliaia di ore a giocare a calcetto, nel campetto sintetico spuntato come una cattedrale nel mio personale deserto, regalo anticipato dei miei 10 anni, a cui avevamo accesso gratuito se facevamo gli occhioni dolci al proprietario, parente alla lontana di Manuel. Giocavamo finché non iniziava a scarseggiare la luce e le grida delle nonne, talvolta armate di mattarelli, iniziavano a richiamarci all’ordine.
Poi c’erano i giri in bici, nel bosco oppure verso le frazioni vicine, spingendoci in una colonna di dueruote sulla strada statale che sembrava un po’ una versione estesa della famosa scena di ET, un po’ una critical mass in versione adolescenziale. Verso la fine della stagione, già nostalgici e con il pensiero dei giorni rimasti a separarci da un altro anno di separazione, c’era la raccolta delle more lungo la strada battuta che portava alle case nel bosco. E poi ancora il trasformare le suddette more in una cheesecake usando i kit della cameo che ordinavamo ai nonni - riders ante litteram - quando partivano per una spedizione verso i supermercati nei paesi vicini.
C’era il rito del mischione, ovvero lanciare, triturare e mischiare bacche, erbe e liquidi a caso in una vasca da bagno che era misteriosamente stata abbandonata nel cortile dietro casa mia. Era inevitabile che il burlone di turno completasse la ricetta segreta con una bella dose di pipì, altrettanto inevitabile era che il nonno si arrabbiasse con me per il macello lasciato. La sua soluzione? In genere sollevava il tutto con impronosticabile forza sovrumana - potenziata da due o tre imprecazioni in dialetto- e faceva scolare la pozione giù per la braiola, ovvero il dirupo dietro casa.
Capite bene che non si può escogitare tutte queste…preferite chiamarle attività o malefatte? Vabbè diciamo attività, senza avere un piano. E non si può pianificare senza una base. Quella base era un’ulteriore emanazione di casa mia, stavolta alla destra dell’edificio principale: la base della compagnia era un ex fienile. I suoi muri spessi come dei menhir ci mantenevano freschi anche nei pomeriggi più assolati. Il nonno si era assicurato che l’allestimento fosse adeguato, con sedie, tavoli e tavolini di sua costruzione, mentre la nonna serviva abbondante merenda quando era ora. Sembrava le desse gusto competere con i gelati della Motta venduti all’alimentari, a suo modo di vedere poco sostanziosi.
Era uno spazio polifunzionale potremmo dire, perché i cavalletti dei tavoli, all’occorrenza diventavano le porte per un calcetto indoor, mentre il tavolino aveva un apposita cornice di compensato che lo rendeva perfetto per lanciare i dadi di Risiko senza che volassero via o per far vorticare le nostre trottole giapponesi, i Beyblade, ma senza vederli scontrare, dato che era piatto e non concavo come nelle piste originali. Di tanto in tanto diventava anche luogo di studio, dove i più secchioni fra noi - capeggiati da me, manco a dirlo - si mettevano avanti con i quadernoni di compiti delle vacanze.
I più grandi aiutavano i piccoli, meravigliandosi di come potesse essere fisicamente possibile per i più piccoli ancora non saper nemmeno leggere.

La vera svolta però arrivò in un venerdì del luglio 2003 che fin lì non aveva proprio niente di speciale. Era quasi ora di cena ed io ammazzavo l’attesa dei miei rileggendo Harry Potter ed il prigioniero di Azkaban su una sdraio in cortile. Sento un motore avvicinarsi e poi le gomme iniziare a far scricchiolare la ghiaia del viale.
Eccoli!
Non avevo idea però di cosa papà avrebbe estratto dal bagagliaio: un bellissimo proiettore professionale 3M, così pesante che facevo fatica a sollevarlo, con tanto di custodia e telecomando. “Me l’ha regalato il mio capo, pensavo di metterlo nel fienile, per proiettare sul muro in fondo”. Inizio un pressing asfissiante su di lui - definibile anche “intensa rottura di maroni” - per vederlo subito in azione. Con pazienza lui mi spiega che ci vorrà un pochino di tempo, perché un proiettore senza un telo su cui proiettare, è inutilizzabile.
“Alle, ci guardo col nonno in questo weekend, promesso”, mi dice.Io però non potevo aspettare, nè contenermi, quindi inforco la mia bici ed in piedi sui pedali inizio il tour delle case dei miei amici, dal fondo del paese fino alla piazza, annunciando la buona novella così forte che mi hanno sentito anche quelli che riposavano da decadi e lustri nel cimitero:
“AVREMO UN CINEMA, AVREMO UN CINEMAAAA!”
Aste di compensato, telo di stoffa e graffette. In un batter d’occhio il giorno dopo il telo era pronto e appeso a mezz’altezza in fondo al fienile. Il solito tavolino, una bella prolunga portata dalla cantina ed ecco che potevano cominciare le prime prove tecniche di trasmissione. Finora ho parlato di quei tempi come di un mondo senza digitale e senza schermi, ma, pur senza vivere in un’epoca fatta di smartphone è innegabile che la playstation ed il gameboy ce l’avessimo quasi tutti. Così la mia console nipponica viene scollegata dalla tv della cucina ed attaccata al mio nuovo oggetto di culto, il proiettore 3M. Noi ragazzini potevamo solo guardare e non operare direttamente, mentre tutto veniva sistemato da mani sapienti e meno goffe delle nostre. Era pur sempre un aggeggio sofisticato e costoso.
Papà però mi dà l’onore di premere il quadratino “power” della playstation: “Vai, vediamo se è tutto in ordine”. Quando vediamo il logo sony giganteggiare in fondo alla nostra tana iniziamo ad urlare. Papà si era preparato un film in dvd per provare la qualità video, ma noi abbiamo altri piani: con un colpo di stato in miniatura, Giacomo tira fuori dallo Zaino FIFA 2003 e lo carica nel lettore. Vedere i poligoni di due squadratissimi Totti e Del Piero quasi in scala 1:1 correre su quello schermo ci dà una sensazione inebriante. Passiamo mezzo pomeriggio così, tra un partita e l’altra, nel mio caso specifico tra una sconfitta e l’altra, finché non decidiamo di averne abbastanza del calcio simulato e ce ne andiamo al campetto.
Quando dopo cena esco dalla mia immersione subacquea in vasca da bagno - operazione che in media non prendeva meno di 45 minuti, per la gioia di tutti i familiari che dovevano usare il cesso nel mentre - mi rendo conto che si sono raggruppati un po’ di genitori dei miei amici nel fienile e che papà è lì ad armeggiare con la messa a fuoco del 3M. “Stasera diamo Star Wars”, mi dice.
Inizia così la leggenda del nuovo cinema montanaro di Montebonello, la cui programmazione si è tenuta per anni, quasi ogni weekend in cui i miei venivano su i miei genitori e che ha finito per unire sedia dopo sedia, pop corn dopo popcorn, film dopo film, generazioni di Montebonellesi, limando le differenze tra piangiani e montanari, limando gli scorni di vicinato e diventando l’unico vero punto di ritrovo laico del paese. Laico nel senso di non dedicato alla personalissima trinità locale: San Rocco, le crescentine e lo gnocco fritto.
La programmazione era scelta in maniera democratica e comunitaria, cercando di accontentare l’audience più giovane, come quella più agée. Il risultato era un palinsesto di sicuro non ineccepibile per i cinefili: dai kolossal come Harry Potter, Il Signore degli Anelli, I Pirati dei Caraibi ed i Classici della disney, fino a roba più trash o adrenalinica come 007, Fast&Furious, Scary Movie, per finire con reperti imperdibili per dei quattordicenni in preda ad ormoni e romanticismo. Sto parlando di American Pie e 3 metri sopra il cielo. Il primo era vietato ai minori di 12 anni e, secondo il parere di nonna Rina, anche ai maggiori di 75, visto come copriva gli occhi del nonno nelle scene più scabrose.

Come lì ottenevamo tutti quei film, considerando che in casa non c’era manco il gas, quindi di internet veloce proprio non se ne parlava?Un po’ dai videonoleggi, un po’ facendoli piratare in città.
“Non ruberesti mai un’auto” diceva un famoso spot antipirateria dell’epoca, ma alla fin fine il nostro era solo un file preso in prestito, no? Amici della postale, sto scherzando, era tutto in ordine nella maniera più assoluta e pagavamo anche la SIAE.
Ad ogni modo ero grato a quel proiettore che aveva trasformato la nostra piccola tana in una seconda piazza del paese, una piazza viva di unione e risate. E mi sentivo un privilegiato a poter godere di tutto questo sotto il mio tetto, evidentemente avevo ereditato lo spirito dell’ospitalità della famiglia. Credevo che quel vecchio fienile avesse raggiunto il suo massimo, ma non potevo immaginare che Materazzi e Zidane avessero in serbo altri piani per noi e per lui.
Fine prima parte.
Questo racconto è la prima parte del copione scritto appositamente per un racconto dal vivo fatto giovedì 18 Luglio 2026 alla Pro Loco di Badi. Trovate qui un piccolo resoconto senza spoiler.
Se suona familiare agli ascoltatori di lunga data, è perché si tratta di un remake (riscritto da zero ed esteso) di questo episodio.
Le musiche originali, ispirate a quelle qui annotate, sono state di Antonio D'Alessandro, che ha portato lo shoegaze per la prima volta a quelle latitudini e altitudini.
La seconda parte verrà pubblicata solo dopo il lunghissimo e fittissimo tour da Milano fino Bangkok passando per Londra fino ad Hong Kong.
No, davvero: non lo pubblicherò tutto finché non farò qualche replica, quindi seguitemi su IG per non perdervi annunci o raccomandatemi al vostro locale di fiducia.
Vengo volentieri anche alla sagra dell'anguilla di Comacchio.